Briganti

Il brigantaggio in Maremma fu un fenomeno intenso, con profonde radici, che segnò questa terra per molti decenni.

Oggi quando si parla di briganti si ricordano miti e leggende sul loro operato (a dire la verità non sempre retto e lodevole), ed è certamente uno degli aspetti più interessanti e complessi della cultura maremmana. Possiamo indicare l’inizio del brigantaggio in maremma nel XIII secolo, e la sua sconfitta nei primi del ‘900 dopo la morte di Domenico Tiburzi e Luciano Fioravanti.

Il brigantaggio nella storia

La nascita del fenomeno del brigantaggio come lo conosciamo oggi, si origina nella bassa Toscana – nei territori posti tra le due vie consolari Aurelia e Cassia, avvenne tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo. Nel trecento infatti, il signore di Scerpena, tale Guicciardo di Baschi, decise di allearsi con alcune bande di ladri e razziatori provenienti dalla Bretagna, con lo scopo di rubare bestiame nella vicina provincia senese. La banda venne ben presto catturata ed arrestata grazie all’intervento di un distaccamento armato, la guarnigione che lavorò alla cattura della banda rimase in pianta stabile nel Castello di Scerpena per sorvegliare la zona, le precarie condizioni di vita in quella zona portarono però ben presto quegli uomini a passare dall’altra parte della barricata, divenendo, a tutti gli effetti, parte di quei briganti che erano stati inviati a contrastare. La situazione nel territorio della bassa Toscana e dell’alto Lazio continua a peggiorare anche nel XV secolo, quando un impotante fenomeno immigratorio portò in quest’area un gran numero di delinquenti e banditi che ben presto iniziarono a destare preoccupazione e scompiglio tra la popolazione e i governi. La difficile situazione proseguì ancora, nel 1500 infatti, Papa Sisto V decise di impegnarsi in una dura lotta nei confronti del brigantaggio, basti pensare che in questo periodo il fenomeno era così diffuso che fu necessario istituire un documento ufficiale per i cittadini onesti, dove veniva riportata l’indicazione “non bandito”. Nel 1593 in Toscana venne emanato l’editto “Motu Proprio” attraverso il quale si intendeva ripopolare l’area corrispondente all’attuale provincia di Grosseto, per mezzo della concessione dell’immunità per tutti coloro avessero deciso di trasferirvisi, senza distinzione di nazionalità e reati. Questo editto portò quindi in Maremma un grande numero di delinquenti, provenienti da ogni parte del mondo, che si videro cancellare i reati, ma che continuarono comunque la loro attività criminale, aumentando la già difficile condizione di questo territorio. Il periodo più buio per queste terre è però sicuramente il 1800, quando il fenomeno del brigantaggio nelle aree di confine tra Toscana e Lazio, assunse connotazioni ancora più violente e criminali.

Il brigantaggio tra XIX e XX secolo

Il XIX secolo segna il periodo più violento del brigantaggio in Maremma, fatto di omicidi, estorsioni, omicidi e rapine. Del resto rispetto ai secoli precedenti le condizioni di vita della povera gente non erano affatto migliorate ed anche i territori erano rimasti nelle stesse condizioni, tra paludi, boschi impenetrabili e vie di comunicazione fatiscenti. In questo scenario, il brigantaggio ebbe terreno fertile per la sua proliferazione e già alla fine del 1700 nelle zone dell’alto viterbese, Latera, Valentano e Gradoli, riecheggiavano i nomi e le temibili gesta di alcuni dei briganti più crudeli dell’epoca, tali Fumetta, Marcotullio, Mattaccinoi, Marintacca e Bustrenga, che agirono pressoché indisturbati anche oltre il confine laziale. Ma il periodo di maggiore crescita del brigantaggio ebbe inizio dopo l’Unità d’italia, con un documento la prefettura di Grosseto nel 1868 allerta i sindaci dei comuni di Pitigliano e Sorano, della latitanza di pericolosi criminali, tali Ragno (al secolo Giulio Castellani) e Leone Serra, sfuggiti alle autorità grazie all’aiuto dei contadini. Quattro anni dopo la situazione non è cambiata ed in altre comunicazioni la Prefettura di Grosseto chiede ai comuni della Maremma di aumentare le perlustrazioni nei boschi, allo scopo di scovare i briganti latitanti. A partire dal 1876 la situazione divenne ancora più difficile, è in questo periodo infatti che iniziano a circolare i nomi di Domenico Tiburzi e Domenico Biagini, due dei più temuti e conosciuti briganti della Maremma, basti pensare che la ricompensa per la loro cattura fu innalzata fino a 1500 lire. In questo clima di preoccupazione, ancora altri personaggi fecero tremare autorità e cittadini, Enrico Stoppa di Talamone, David Biscarini, Vincenzo Pastorini, Fortunato Ansuini, Damiano e Settimio Menichetti, Antonio Ranucci, Sebastiano Menchiari, Settimio Albertini, Angelo Scalabrini e Luigi Demetrio Bettinelli. Con la morte di Tiburzi e Luciano Fioravanti, avvenute tra la fine del 1800 e l’inizio del 1800, il brigantaggio in Maremma subisce una profonda battuta d’arresto, coincidente con le prime notte sociali in italia, come gli scioperi di Cerignola, gli scioperi nelle miniere sarde, il grande sciopero generale di Milano e, sul territorio maremmano, l’occupazione delle terre in uno dei latifondi del comune di Manciano.

Le cause del brigantaggio in Maremma

Quali furono le cause della nascita e della diffusione del brigantaggio in Maremma?

Il brigantaggio è un fenomeno sociale, le ragioni di tale fenomeno sono quindi da ricercarsi nelle condizioni di vita della popolazione principalmente, riassumendo si possono identificare cinque motivazioni scatenanti :

  1. IL LATIFONDO : i terreni, spesso interessati dalla presenza di aree paludose non bonificate, venivano utilizzati per le colture tradizionali, i proprietari che spesso risiedevano nelle città o nei maggiori centri, reclutavano contadini affinché lavorassero la terra, sottopagandoli e spesso costringendoli ad una vita di stenti, fatta di fatica, fame e pessime condizioni di vita, considerata la presenza di pericolosi acquitrini malarici, in particolar modo durante la stagione estiva
  2. LA SCARSITA’ DI COLLEGAMENTI : la distanza tra i paesi e la pessima condizione delle strade, favorirono il degrado e la povertà
  3. IL FAVOREGGIAMENTO DEI PROPRIETARI TERRIERI : che pur di garantirsi pace e protezione, pagavano ai briganti la cosiddetta “tassa sul brigantaggio”
  4. IL FAVOREGGIAMENTO DELLA POPOLAZIONE : soprattutto dei contadini e dei ceti più poveri, che vedevano nei briganti il loro riscatto per i torti subiti dai più ricchi, figure in un certo senso “eroiche” che punivano i ricchi proprietari delle terre proteggendo i lavoratori agricoli e spesso rivendicando i loro diritti
  5. IL TERRITORIO : prevalentemente ricoperto da fitti boschi e macchie che garantivano un sicuro nascondiglio per i briganti ed un’impenetrabile labirinto per le forze dell’ordine.

La fine del brigantaggio in Maremma

La morte di Tiburzi segnò la fine del brigantaggio in Maremma, rimanevano infatti pochi esponenti ancora in libertà, tra i quali il temuto Luciano Fioravanti, scappato alla cattura nel 1896. Quattro anni dopo, il 24 Giugno del 1900 Luciano Fioravanti venne ucciso, presso il podere Lascone, con un colpo di fucile nel sonno da Gaspero Mancini, suo amico, che gli tolse la vita con lo scopo di derubarlo dei suoi averi e poi intascare la taglia sulla sua testa. L’atto commesso dal Mancini, fu però così meschino che persino la Giunta Comunale di Manciano rifiutò di concedergli l’onoreficenza al valore civile (che gli sarebbe spettata per l’uccisione di uno dei più temibili briganti dell’epoca), per il suo atto indegno nei confronti di Luciano Fioravanti.