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Museo Archeologico di Cosa

Le prime campagne di scavo nell’area archeologica di Cosa, ebbero inizio subito dopo la guerra, nel maggio del 1948, a cura dell’Accademia Americana di Roma, sotto la direzione di Frank Brown. I materiali frutto di quelle prime ricerche furono momentaneamente sistemati in un piccolo edificio rurale posto sull’acropoli, nato a ridosso dei ruderi del Capitolium, ma Brown già aveva manifestato con la Soprintendenza l’intenzione di realizzare al più presto un museo all’interno dell’area della città antica. Nel 1965 il luogo adatto viene identificato in un punto defilato rispetto al Foro e all’Arce, dove era già presente un vecchio edificio rurale, che la proprietaria, marchesa Maria Rita Sanfelice, mise a disposizione liberamente per questo scopo. Affrontata e terminata l’esplorazione archeologica dell’area dove doveva sorgere, il Museo venne finalmente realizzato solo alla fine degli anni ’70, permettendo così anche di demolire le costruzioni moderne che opprimevano il Capitolium, fino a quel momento ancora utilizzate come magazzini. Nel 1997 lo spazio espositivo venne raddoppiato, realizzando due nuovi ambienti, dove furono esposti i materiali recuperati dalle necropoli e dall’area portuale di Cosa, nei pressi della Tagliata, e le testimonianze della vita dell’insediamento di Ansedonia fino al XV secolo.

Da vedere

La prima sala del Museo era un tempo l’unica sala allestita. Tra i numerosi reperti che illustrano le diverse aree esplorate della città, da ricordare un bellissimo bronzetto di giovane nudo, rinvenuto recentemente dentro le mura durante opere di restauro, probabilmente un’antica offerta votiva depositata nella struttura al momento della sua edificazione per propiziare la protezione divina sulla città. Alle pareti e nelle vetrine numerosi frammenti delle decorazioni architettoniche in terracotta dei templi di Cosa. Tra i pezzi sculturei, notevole una statua ritratto in armatura, di marmo di Carrara, databile al I secolo d.C., reimpiegata in un muro medioevale vicino al Tempio di Mater Matuta sull’acropoli. Interessante anche la sezione dedicata alle case, con numerosi piccoli oggetti di ceramica, vetro, osso e bronzo che ci parlano della vita quotidiana della città. Presso l’uscita dalla sala, è posta la ricostruzione della facciata del tempietto della Casa di Diana, con la statua di culto raffigurante la dea cacciatrice. Nella seconda sala, dedicata al Porto e alle necropoli, numerose le anfore, di varia tipologia, prodotte a Cosa stessa e utilizzate per esportare il vino prodotto in zona in tutto il Mediterraneo. Di particolare rilievo la ricostruzione di una tomba alla cappuccina dove riposano i resti di una fanciulla vissuta nel I secolo a.C. che le analisi hanno rivelato essere affetta da celiachia. Nell’ultima sala, dedicata al periodo medioevale, interessanti le maioliche, databili tra il XII e il XIV secolo, recuperate dalla cisterna del castello realizzato sull’angolo orientale del circuito murario di epoca romana.

Come si raggiunge

Il Museo Archeologico di Cosa si trova all’interno dell’omonimo Parco Archeologico (vedi), non lontano dall’ingresso, raggiungibile dall’Aurelia, per chi viene da Grosseto imboccando la prima uscita per Ansedonia; per chi viene da Roma la seconda uscita per Ansedonia.

Orari

Ottobre-Marzo (ora solare): Lunedì-Sabato e 1a Domenica del mese 8.15-16.30; Aprile- Ottobre (ora legale) Lunedì-Domenica 10.15-18.30.

Biglietto: 2 €

Nella stessa zona puoi visitare anche

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Curiosità

La fanciulla celiaca. Nel 1998 durante lavori di realizzazione di un impianto fognario in via delle Mimose, venne rinvenuta una tomba alla cappuccina che conteneva i resti di una fanciulla di 18-19 anni. Aveva un ricco corredo costituito da tre anelli, due di bronzo e uno d’oro con castone di calcedonio inciso, un paio di orecchini, sempre d’oro e un bottone aureo che doveva fermare il mantello che essa indossava. Nonostante la ricchezza del corredo, lo scheletro risultava appartenere a un individuo piccolo e gracile, con evidenti tracce di anemia e denutrizione. Questa apparente contraddizione, spinse gli archeologi a far sottoporre i resti ad una analisi del DNA, che ha rivelato come la fanciulla fosse celiaca: evidentemente deve essere stata proprio questa malattia non compresa e individuata, ad averla portata ad un costante deperimento fisico e infine alla morte.