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Domenico Tiburzi

Domenico Tiburzi è senza dubbio il più famoso tra i briganti di Maremma. Nato a Cellere il 28 Maggio 1836, fu soprannominato “Domenichino” perché raggiungeva a stento 1.60 mt di altezza. La figura di Tiburzi è una vera e propria leggenda in Maremma, in un certo senso fu, per la povera gente, una sorta di eroe che proteggeva i diritti dei più deboli. Tiburzi “uccideva perché fosse rispettato il comando di non uccidere”, in alcuni casi infatti arrivò a togliere la vita ad alcuni altri briganti, che però avevano avuto comportamenti di cattiveria e prepotenza sui più poveri, dopo aver inutilmente tentato di riportarli sulla retta via. Domenico Tiburzi iniziò molto presto ad avere problemi con la giustizia, già all’età di sedici anni infatti era ricercato per furto, fu processato e assolto sempre per furto a diciannove anni, a ventisette anni fu arrestato con l’accusa di aggressione e poi rimesso in libertà. Nel 18767 uccise il guardiano del Marchese Guglielmo, tale Angelo Del Bono, che lo sorprese a tagliare sulle proprietà del suo padrone un fascio d’erba, reato punito all’epoca con una multa di 20 lire, il mattino seguente Tiburzi tolse la vita al guardiano e diventò latitante rifugiandosi nella macchia, la sua fuga durò due anni, nel 1869 venne arrestato e condannato dal Tribunale di Civitavecchia a 18 anni di lavori forzati presso le Saline del Corneto. Tiburzi scontò la sua pena solo per tre anni, poi riuscì ad evadere insieme ad altri due uomini, tali Domenico Annesi, conosciuto come “l’innamorato” e Antonio Nati “Tortorella”, da qui iniziano i lunghi anni di latitanza per il brigante più famoso della Maremma. All’inizio della sua latitanza, Tiburzi strinse alleanza con un altro importante brigante, Domenico Biagini “Curato”, a loro si unirono poco dopo anche David Biscarini e Vincenzo Pastorini. All’epoca esisteva una taglia sulla testa di Tiburzi, di 10.000 lire. Inizialmente a capo del gruppo di banditi si trovava David Biscarini ma dopo la sua morte, avvenuta nel 1877 per mano dell’arma dei carabinieri, Tiburzi assunse il comando ed accolse nel gruppo un altro membro, “Basiletto”, al secolo Giuseppe Basili. L’alleanza del gruppo fu presto turbata dai comportamenti di Basiletto e Pastorini, il primo si macchiò di estorsioni e reati nei confronti di innocenti mercanti, il secondo perché ridicolizzava in pubblico Tiburzi raccontando della sua rocambolesca fuga durante l’uccisione del Biscarini, furono entrambi uccisi da Tiburzi. Il Pastorini venne ucciso da Domenichino con un colpo di doppietta durante un duello. Nel 1883 il gruppo di Tiburzi venne tradito da Antonio Vestri, boscaiolo, che per intascarsi la lauta ricompensa promessa, guidò i carabinieri nei pressi del covo dei briganti (in quel periodo nei dintorni di Farnese), i briganti riuscirono a scappare, ma dopo breve tempo il boscaiolo venne ritrovato ucciso. Nel 1888 Domenichino si macchiò di un ulteriore omicidio, uccidendo Raffaele Pecorelli, reo di aver rubato un maiale al nipote Nicola. Il 6 Agosto 1889 Curato venne ucciso dai carabinieri durante un agguato nella macchia di Gricciano, sulle rive del fiume Fiora, all’epoca Tiburzi aveva già 53 anni e da oltre venti viveva nascosto nelle macchie a confine tra Lazio e Toscana. Alla morte di Curato, il gruppo accolse suo nipote, Luciano Fioravanti, altro storico nome nella storia del brigantaggio, dopo la sua prova di fedeltà che consistette nell’uccisione di Luigi Bettinelli, brigante conosciuto con il nome di “Il Principino”, odiato da Tiburzi per i suoi atti violenti nei confronti delle donne. Durante i suoi anni di latitanza Tiburzi introdusse la “tassa sul brigantaggio”, un’imposta che i ricchi proprietari terrieri erano tenuti a pagare in cambio di protezione e per non vedersi incendiare i campi come punizione in caso di insolvenza, parte dei ricavati di questa tassa venivano donati alle famiglie dei briganti caduti per la causa, ed ai più bisognosi (principalmente artigiani e contadini che non riuscivano a sopravvivere solo con il proprio lavoro). Nel 1890 durante una perlustrazione dei carabinieri venne ucciso uno dei briganti del gruppo di Tiburzi, il 22 Giugno dello stesso anno Domenichino uccise Raffaele Gabrielli, reo di non aver avvisato i briganti della visita dei carabinieri, fu l’ultimo omicidio commesso da Tiburzi. Tre anni dopo la situazione dei brigantaggio in Maremma fu affrontata anche dal Governo Giolitti, che destinò un grande numero di uomini alla ricerca dei briganti, riuscendo in breve tempo ad arrestarne oltre 150, Domenichino però riuscì a scappare. Nel tentativo di combattere questo fenomeno, venne presa la difficile decisione di arrestare anche tutti coloro che, in un modo o nell’altro, avessero aiutato i briganti, questo però porto solo all’arresto di poveri contadini, commercianti ed artigiani che lasciarono le loro famiglie in condizioni ancora più difficili, non avendo più il capofamiglia a provvedere al loro sostentamento.

L’uccisione di Tiburzi

Dopo 24 anni di latitanza Domenico Tiburzi venne ucciso, il 24 Ottobre del 1860, a Capalbio dai carabinieri guidati dal Capitano Michele Giacheri. Tiburzi si trovava, assieme al compare Luciano Fioravanti, nell’abitazione di un colono nei pressi di Capalbio, qui avevano trascorso una piacevole serata in compagnia dell’uomo e delle sue due figlie (delle quali i due briganti pare avessero una certa simpatia). Una ristretta guarnigione di Carabinieri conosceva l’interesse dei due briganti per le ragazze e trovandosi nei pressi del podere del colono videro le luci accese e decisero di procedere ad una perlustrazione. I cani del proprietario del casale iniziarono ad abbaiare mettendo in allerta i due briganti. Il primo ad uscire fu il Fioravanti che sparò alcuni colpi all’improvviso per prendere alla sprovvista i militari e poi darsi alla fuga, Tiburzi invece, ormai vecchio e annebbiato dall’alcol non ebbe la stessa prontezza di riflessi, sparò anche lui ma colpì un otre in terracotta i militari risposero al fuoco e colpirono Domenichino alle gambe e al torace, uccidendolo sul posto. Dopo più di venti anni di latitanza, non esisteva alcuna foto del “brigante dei briganti” fu così che i carabinieri lo assicurarono ad una colonna legandolo in piedi e tenendogli aperti gli occhi con degli stecchini, e fecero la prima ed unica foto del brigante più famoso della Maremma, a ricordare questo evento rimane ancora oggi quella colonna, ricordo indelebile della fine di uno dei personaggi più controversi della storia maremmana. Secondo la tradizione dopo la sua morte, il parroco di Capalbio dichiarò la sua contrarietà nel seppellire un brigante come lui in terreno consacrato, ma la popolazione che in lui vedeva un salvatore insorse, e si giunse così al compromesso di seppellirlo sotto la cinta muraria, con le gambe all’interno del cimitero e la parte superiore all’esterno, a simboleggiare l’anima lasciata fuori. Questa però è più una leggenda che un fatto reale, molto più probabilmente il corpo venne sepolto all’interno del cimitero.